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B

by gud, maggio 2, 2013

Nel mio linguaggio personale, ogni lettera è la punta di un iceberg di significati verticali, il puntale di un abete appesantito da nastri di passioni, sentimenti a tuttotondo, cristalli d’esperienza.
In questi giorni penso alla B.

B.
Come da questionario.
Al liceo, quando i compiti in classe erano test a risposta multipla, se per caso non la sapevamo, ci dicevamo “nel caso segna B”
Perché B?
B ispira sicurezza forse, un po’ come l’otto.
Le due curve sanno di abbraccio.
E nello sconfortante momento in cui ti vien chiesto se l’equazione di Wittgenstein sia stata teorizzata prima, dopo o durante l’amicizia con Russell, un abbraccio, anche se non salvifico, resta comunque un abbraccio.

B.
I vecchi tempi col walkman sony.
Avevo un’amica bellissima che mi registrava, sì proprio con rec, delle compilation sulle musicassette e se l’ A-side era storia del rock, il B-side era la ricerca, la passione, la scoperta.

B.
Che è un lato.
Un lato che puoi avere e più ne hai meglio è.
Non è mai un troppo che stroppia, finché sta in una quaranta.

B.
Come il piano.
Il piano B è una costante.
O almeno è stata una costante per molto tempo.
Una risposta al purtroppismo, alla sfortuna, all’imprevisto murphiano, alle solite variabili che si sono sempre interposte tra l’aspettativa e il reale.

Il B che non ho detto.
Questo settembre quando mi chiesero “e se non va che farai?” per la prima volta ho risposto netta che non ero in possesso di nessun piano b perché averne uno era sminuente nei confronti del piano a nel quale avevo deciso di credere.
Una di quelle uscite cinematografiche che ogni tanto scappano tra un cioè e un altro.

B come basta.
Basta riserve.

B. che se nel caso
Boh, sì.

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