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Debolezze di stomaco

by gud, luglio 27, 2013

Certo ne ho preso uno stamattina e il mal di testa mi è passato, ora ho solo la nausea.
No. No. Certo che sto attenta, sì mamma attentissima. No, sì lo so che saresti contenta ma no.
Sicura. Mamma, ti giuro che semmai decidessi di farmi incastrare da un uomo sfornandogli un figlio saresti la prima a saperlo ma per ora ho solo l’influenza.
No, scusami, è che è stata una giornata lunga, questa settimana ho tre consegne e detesto la nausea.
Devo andare, la lavatrice sta bippando, ci sentiamo domani, tivogliobenebuonanotte.

Si è rotta due settimane fa, la lavatrice.

Scoppio a piangere.
Ci sono io, in mutande, seduta sul cesto dei panni da lavare, coi gomiti sulle ginocchia, i palmi sugl’occhi, i capelli tutti sopra.
Piango.
Come tutte le donne, meno di alcune, più di alcune altre.
Ho il ciclo ma avrei pianto comunque, magari non singhiozzando ma sì.
Una mosca mi si posa su una coscia e si annoda le zampine. Prima quelle davanti e poi quelle dietro. Le intreccia in quella posa da complotto.
La scaccio.
Si riposa nello stesso punto della coscia e questo mi fa piangere in un singulto più intenso e mi fa ridere, ridimensiona la drammaticità e ne accentua la tristezza.
Una mosca.

Ma vaffanculo.

Mi alzo e vado in cucina.
Apro il frigo, prendo il cartone di latte di soia e mi siedo sul tavolo.
Sì mi sento trasgressiva e infatti lo bevo dal cartone con il broncio ancora in bella vista.
Tossisco appena.

Avevo sedici anni quando mio cugino, mezz’ora dopo avermi servito il mio primo Long Island mi disse, guardandomi negl’occhi, che se non volevo passare la vita nella nausea, la soluzione era nelle mie mani. Letteralmente.

Ciondolo nel corridoio e passo le dita sui bordi delle cornici appese.
Devo decidermi a toglierla questa foto del campeggio, penso, poi mi fermo a guardare la teca della mia collezione.
Quattro farfalle spillate, ognuna con data e nome, ognuna rarissima, irripetibile, a suo modo.
Detesto gli insetti, i lepidotteri mi danno letteralmente il voltastomaco.

Avevo cinque anni, ero una bambina solitaria, silenziosa, affascinata.
Stavo seduta sugli scalini del giardino della scuola quando mi si presentò la prima della serie. Violenta.
La guardai con la coda dell’occhio, con un gesto posato e maldestro la presi.
Le sue zampe che si muovevano mi contorcevano lo stomaco.
Le sue ali erano bellissime.

Non vado a caccia di farfalle. Non ho nessun retino.
Quando loro vengono a cercare me, io le metto al loro posto.
Funziona così.

Sono in bagno, e la luce dello specchio mi dà un colorito bluastro che accostato alle occhiaie del giorno mi fa sembrare una tossica da ghetto.
Su questa canottiera c’è una macchia di dentifricio.
Tutta la vita che mi lavo i denti, deve ancora arrivare la volta che ne esca incolume.

È il momento della resa dei conti.
Il latte di soia freddo di frigo non è stata un’idea luminosa eh.
Mi lego i capelli.
Il futuro è nella mia mano destra.
Un respiro.
Indice. Medio.
Giù.

A vuoto.

Riproviamo.

Ancora.

Quasi.

Ancora.

Ci siamo.

Il latte di soia fa un vortice nel lavandino.
Mi sento meglio ma mentre mi tiro su per sciacquarmi la faccia, qualcosa risale su per l’esofago.
Che cazzo, mi si pianta in gola, i muscoli tirano, sto ipersalivando e mi si spezza il fiato.
Tossico.
Sputo.

Tiro fuori gli spilli.
Ecco la quinta.

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