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Il gusto del sangue.

by gud, settembre 14, 2013

Il sapore ferroso e salato tra lingua e denti.
Vedo la faccia del tipo che ha telefonato al centodiciotto ruotare ruotare ruotare.
Eppure son quasi convinta di essere ferma.
Sdraiata.
L’asfalto è più morbido di come non sembri, è quasi comodo, vorrei dormire, ma la ragazza gotica del negozio qui a fianco mi schiaffeggia e mi dice che devo star sveglia. Ma chi sei gotica ragazza? Chi ti ha mai visto? Io ho sonno e se anche annuisco, tra cinque minuti sono in fase rem.
Che poi non mi sono fatta niente, sì magari da fuori la scena è anche truce ma non sto così male.
Sento le mani, i gomiti, le ginocchia entrambe e riesco a muovere le dita dei piedi.
Me l’hanno insegnato quando volevo fare la ballerina, a fare il check delle giunture.
Forse avrò delle cicatrici, forse avrò bisogno di una nuova bici.
L’unica cosa che mi scoccia da matti è dirlo a mia mamma che è da quando ho tirato fuori il lucchetto buono, ogni giorno mi parla di tragedie causate da assenza di piste adeguate, pirati, disattenzioni eccetera eccetera eccetera.
Il ragazzo dell’ambulanza è carino, fingerò che afferrandomi non mi abbia fatto più male della ceretta brasiliana di questo venerdì, abbozzo un sanguinario sorriso.
Mi piace il gusto del sangue.
La barella è più scomoda dell’asfalto e l’unica cosa che davvero mi preoccupa è sapere dove sia la mia amata borsa di pelle. È lo stesso modello di quella mia amica danese e vegana. Com’è che una bistecca no ma una Hermes sì, non lo so, ma va bene lo stesso, alla fine la coerenza, a me che ho tre o quattro caratteri diversi, è un argomento che non interessa.
Lui che bacia lei qui nel rientro del negozio di scarpe invece sì, mi interessa.
Lui che non è lui e lei che invece è lei.
“Non si muova signorina” mi dice il mani di fata mentre mi sposto i capelli appiccicosi dal viso.
“Stia ferma con quelle mani” continua e quasi mi strapperebbe le risposte di bocca se solo non fossi distratta e voltata per esser sicura di quel che tutti potevano guardare ma che io potevo vedere, malgrado i capelli incrostati.
Il sipario dell’ambulanza si chiude con un rumore non abbastanza forte da distrarmi.
Rispondo lenta alla ragazza che mi chiede inutilità e che pensa che abbia preso un troppo forte colpo alla testa e non sa che sì un bel colpo l’ho preso ma non dove dice lei.
Non so nemmeno come sentirmi.
Lui.
Mi fa un po’ pena, un po’ tristezza, e in parte credo gli stia proprio bene.
“No non so il mio gruppo sanguigno”
Poi lei, che ho guardato invidiosa pensando che avesse chissà poi che cosa più di me, meno di me,
“No non l’ho mai saputo, non l’ho scordato, e questo coso mi fa male”
meglio di me, che ho minimizzato, etichettato, detestato, giudicato senza mai trovare pace.
“Ma ce l’ho sempre la pressione bassa, stia tranquilla”
E le notti, dio mio quante notti passate a chiedere a nessuno perché io non fossi giusta, perché non andassi bene abbastanza.
“Non c’è bisogno della sirena, sto bene”
E cosa ci sarà in quest’altro che lui non ha? E poi, perché accidenti sento dispiacere? È karma, io non c’entro niente.
Detesto il pronto soccorso.
C’è sempre da aspettare.
Ora aspetto perché mi dicano che sto bene.
E non è che posso aspettare fumando una cicca al bar qui davanti.
Devo farlo qui, tra una cretina con un’ustione di terzo grado fatta con l’arricciacapelli e un ragazzino che checazzo che schifo, dio mio se proprio deve vomitare esistono i bagni.
Le ore si perdono tra la noia e il cervello intontito dal botto. Dai botti.
Mi sento come quella volta, alla vendemmia, dopo aver vinto a dama al bicchiere.
Era giorno quando il ragazzo della barella mi ha quasi fatta cadere inciampando sulla salita dell’entrata.
È ora di cena. Ho fame. Sento mia mamma qui fuori che chiede di me ma non può vedermi, il bambino che vomita è uno spettacolo di esclusiva visione.
“Dottore sto bene, posso andare?”
“Sì può andare ma il tutore al ginocchio lo deve portare per un mese intero e torni tra due settimane per rimuovere i punti.”
Niente di grave, l’avevo detto, ma qui nessuno mi dà mai retta.
L’avevo detto che stavo bene, malgrado il sangue, malgrado gli strappi.
L’avevo detto che stavi bene, malgrado gli sbagli e le sviste totali.
Lo so che brucia, che fa un male cane, che meglio morire dell’infermiera che cuce i lembi strappati di cuore, di pelle, a suono materno di “tesoro mio, te l’avevo detto”.
Non ho mai pianto.
Nemmeno adesso, che zoppicando ti ho aperto la porta perché vuoi parlare con chi può capire il sentirsi schiantati così un giorno a caso, in una via del centro, tra il negozio gotico e quello di scarpe.
Metto su il bollitore.
“Così va la vita ma te la caverai, si sbaglia, alle volte, nel valutare.”
Annuisci, ricordi, non seguo il filo, e non voglio di certo esserti cerotto, sto per dire che sì “mi dispiace” e mi mordo, per sbaglio, tra il labbro e la guancia.

“Sai di sangue, il sapore ferroso e salato, lo sai che mi piace.”

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