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Sala d'aspetto

by gud, novembre 24, 2013

La vita è una lezione.
Azione e paziente applicazione.
Il sonno arretrato traspare dal numero di linee antecedenti quella giusta.

Aspetto.

Se somatizzo un indirizzo mentale di sviluppo creativo, mi piace mi scuota, mi piace si veda.
E tu riponi fiducia nell’intelligenza dei miei Vogue calpestati nel tentativo di trovare il grumolo di senso, che tengo in un’altra rivista.
Il mio cervello funziona esattamente come desidero, certo, ma ci sono quei cinquanta secondi di sostituzione in cui ho bisogno di sembrare qualcun altro. Lois Lane tipo.

Sbaglio spesso, in azione.
Ma a volte mi sento la prova che dio esista.
Poi torno alle sette del mattino per un bacio in uno specchio e mi rendo conto che fermarmi è la cosa peggiore che potrei fare. E lo faccio.
Come se si potesse morire per un’amica che tradisce. Come se si potesse essere felici nonostante le troiate di persone che detesti e che un po’ invidi perché alla fine sono ciò che volevano essere, dove volevano e quando. Hanno degli obiettivi. E tu sei sempre qui. Mi sento male e non c’è mio padre a portarmi il brodino.

Aspetto. La sveglia.

Decido. I cuscini del divano oggi sono tutto.
L’universo. I cuscini del divano.

Bisogna eliminare lo stress per saper ascoltare.
Bisogna saper ascoltare per sentire il difetto di sottofondo.
E scegliere se scendere a patti o farci distruggere.

Ti penso spesso.
Tutti i giorni è spesso?
Ti penso tutti i giorni allora.
Poi penso altro.
Come le rose. Ancora nella pianta. Ancora vive.

La realtà è un’occasione, dopo i paragrafi smessi nati dalla noia, scrivo il tuo nome col dito, sul vetro dell’auto.
Non so dove guardo. Il vetro. Il nome trasparente. Oltre. La strada.
Anche la targa di quella vespa dice l’enigma.
E in questo io?

Appoggio le mie sicurezze nella grafica di consuetudine.
Il mondo in griglia è un posto sicuro.
Ci può stare? Ci vuole stare?

Aspetto risposta.

Sono tornata alle mie.
Penso a cosa hai detto e ci sono tante parole, anche inutili, che in quell’ora di necessità sono tutto.
Come hai giustamente ricordato, sta nel parlare con il chi dal quale ti lasceresti salvare.
Poi parliamo d’amore.
L’amore, finiamo sempre lì. Non sono contenta, sono rassegnata.
Questo trito di rivincite,di riperdite, al gusto del tè che hai atteso cinque secoli con ancora l’impressione di aver guadagnato tempo. Di non averlo perso.
Questo lo ripeterò a ottant’anni, in tutt’altro tono.

Aspetto. Alla stazione.

Le coincidenze sono il mio forte.
Mi hai fatta piangere subito. E quel dannato treno mi ha rovinato una canzone.
“Bello. Il più.” pensavo e dalla redazione dicevano che, tra gli uomini col senso dei fiori fossi sì il più; sbagliato.
Continuavo a pensarlo, “Il sole” nel mio immaginario, “il palo della luce. Falena” dalla redazione.
Avevano ragione? Li ho licenziati lo stesso.

Di tutto il tempo stato e non stato insieme, è difficile scegliere un solo ricordo che non abbia in sé quella poetica del venire a vedere.
Immersa in fatti, in persone, in situazioni che sono solo domande.
In mano ho qualche filo del discorso. Nessuna risposta.
Non si può spiegare tutto. Certe cose stanno bene così, dove sono e come.
Non puoi spiegarmi una nocciola. E il gelato? Dai spiegami il gelato.
Noi ritrovati seduti, in attesa di qualcosa, prima, dopo l’alba.
Immersi nella situazione. Lo sai spiegare?
Non posso stare con chi spiega le nocciole.

Mi piacciono le città che somigliano ai vagoni di terza classe.
O forse mi piace viverle come vivi quei vagoni.
Ero in zona sguardilanguidi, non ci siamo visti.
Le contingenze sono il mio forte.

Aspetto. La primavera.

Il sesso non è certo sollievo estetico.
O sì?
Non voglio veramente saperlo.
O sì?
Penso tutto.
E il contrario.
Troppo. Forse è la risposta.
Non mangerò più cioccolato in pigiama.
Questa tenerezza mi fa prendere decisioni falsate dalle nocciole di cui sopra.
Lo sapevo che cominciare a seguire gli occhi lucidi di entusiasmo avrebbe portato a questo.
Nina Simone me l’aveva detto.
Aveva ragione. L’ho licenziata lo stesso.

Quando rileggi le mie righe mi tieni tra le dita, sii delicato.
A ottant’anni, quando rileggi le mie rughe, lo stesso.

Stasera si chiude sulle mie.

Aspetto. La neve.

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