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Il musicista

by gud, agosto 25, 2014

– Ma noi ci siamo già visti?
No, ti dissi, complice di un gioco che ancora ci divertiva.
Una bottiglia di vino più tardi facevi lo spelling della scaletta tra le mie gambe, sul tuo letto, dannazione, troppo morbido.
Mi piaceva scegliere cosa avrei indossato per te. Studiavo i dettagli, i tempi, le consistenze.
Arrivare un attimo prima che iniziassi, stare dove potessi vedermi, passare una mano appena sotto la gonna, il tuo pizzo preferito.
E poi i baci grondanti, gli amplessi furenti e nervosi come i tuoi abbracci, tra me te ed il disastro che ti pesava in groppa.
Ti addormentavi con la mano aperta sul mio seno destro, il respiro leggero e il viso sereno accartocciato in istanti di incubo puro.

-Ma noi ci siamo già visti?
E quella prima sera era l’unica sera nell’intera vita in cui una scusa od un’altra avrebbe ottenuto consenso.
Un po’ la fortuna del principiante, quel fascino stanco di chi vive di musica ed altre disgrazie.
Una sera, mi dissi, una sera e poi tante grazie, me ne torno a casa.
Una bottiglia di vino più tardi mi facevi spazio in un posto nel quale nemmeno sapevo se volessi stare.
– Chiedimi, musa, ti prego, ancora qualcosa che mi riguardi.
– Com’è tua madre – ti chiesi ed i tuoi occhi volarono come gli uccelli prima del temporale.
Avresti voluto fissare il fondo del nappo dicendomi che era una cagna, una troia, una sciocca sposata ad un tizio violento, un alcolizzato, un bastardo quale tuo padre ed invece eri la prova tremante che il cuore di un uomo può dilaniarsi e farsi sbranare dalla normalità più tranquilla perché il sangue che pompa è buio, più buio delle tue, dannazione, dilatate pupille.
Se chiudo gli occhi sento ancora l’odore dell’indelebile con cui mi hai scritto addosso la nostra canzone, la mia.
L’alcol dell’inchiostro, le tue mani sulla mia pancia e tu che scrivesti come se nient’altro al mondo fosse importante.
Le tue parole sulla mia pancia, l’intero universo.
Disperato poi, disperato guardavi te stesso in cerca di una caratura di sofferenza migliore e maggiore e nemmeno in distrazioni sintetiche trovavi la sosta del tuo senso di colpa.
Mortificato per le tue fortune, mortificato per non esser dovuto crescere prima, per essere stato voluto bene.
Ti sei svegliato a trent’anni con foglie marce da radici innocue.

Ti guardavo esibirti e ti amavo ogni volta più a fondo.
Solitario e sincero, ti sei sempre dato al tuo vero amore senza riserve.
E temevo ingenua che mai avresti amato nient’altro più del tuo pianoforte.
Fino a quando in un giorno qualunque, ti vidi guardarmi col cuore molle di tenerezza.
Perfezione.
Finché, disgraziato, le colazioni, le foto, i natali, gli amici, il tuo cane, l’amore era troppo normale e ti piaceva troppo.
– Che sono?- chiedevi – se t’amo di più della mia vita stessa.
La tua vita stessa che l’attimo prima ti brillava addosso tra il sudore e i faretti del palco e l’attimo dopo ti grondava dal naso lasciandoti chino nel bagno lurido di una stazione.
Tre dischi un ricovero ed altre due vite più tardi, vedo il tuo cane e, dannazione, la nostra canzone, la mia.
Lo tiene al guinzaglio una donna con le labbra fini e rossissime, coi piedi infilzati in dei sandali stretti.
Signora, tranquilla, nessuno si chiede se lei sia sua madre, ce lo ha ben spiegato che il vostro legame si spinge più affondo, prima della metà della terza canzone, intorno circa alla settima birra.
Saluto il cane e le rossissime labbra fini mi dicono che Bates non è mai così tanto festoso con gli sconosciuti e che se mi fermo, il suo uomo è solito offrire un buon vino anche a chi non ha ancora mai visto.
Sorrido e declino.
Sarebbe bello fosse gratuito

ma noi ci siamo già visti.

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