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GudSophia

by gud, ottobre 4, 2012

Siamo nell’era in cui l’apparire conta più dell’essere?
Forse siamo nell’era in cui ci sono molte possibilità di apparire. Molte più di sempre.
Quindi una grossa parte del nostro formarci riguarda anche cosa poi appaia, che idea di noi si dia al mondo esterno.
Uno di quegl’argomenti spinosi, che se dici che ti importa vieni linciato dalla massa che ti lincia anche se dici che non te ne importa, tanto non ti crede nessuno.

De gustibus non est disputandum, non è bello ciò che è bello ma è bello ciò che piace.

Ma cos’è bello?
A darci varie versioni e suddivisioni di questo concetto ci hanno pensato in molti, da Platone a Kant, da  Da Vinci a Jobs, ed io non credo di aver ancora pronta la mia teoria sviluppata in merito.
Oggi però sono stata a sentire Givone che ne parlava e mi è proprio piaciuto.
Il ragionamento filosofico cattura bene la mia attenzione e l’argomento trattato anche, quindi ho trascorso due ore immersa nel mio ideale godimento intellettuale.
Ho saltato il dibattito col pubblico sennò la Marti perdeva la sita, ma non sembrava all’altezza della lezione, i soliti saccenti che sanno due definizioni e pensano sia tutto lì.
La Marti mi ha tenuto la mano per quasi tutta la conferenza.
Troppo coinvolgente per abbracciare un bracciolo imbottito.

Givone ha parlato molto bene, il signore seduto di fronte a noi mi ha chiesto se il macellaio che sta accanto alla mia casa in campagna faccia davvero le più buone salsicce del chianti e io gli ho detto che è vero e che fa anche una mousse al lardo di colonnata da urlo e che sono i motivi per i quali ogni settembre, da bambina, facevo ritorno a Firenze rotolando.

Si è discusso su cosa sia la bellezza, l’ontologia di essa ecco e superando la sezione della relatività e del belloperantonomasia , il professore ha detto delle cose che, curiosamente , per me sono ciò che penso dell’amore.

Ora.
Parlare d’amore è la cosa più noiosa del mondo.
Però è anche la più bella.
Dipende come se ne parla, certo, poi c’è tutta quest’ansia che non puoi dire questa parola sennò vuol dire che vuoi accasarti e allora è un taboo come negl’anni quaranta parlare di ateismo o sesso orale.

Quando conosco qualcuno non mi interessa sapere quanti album su facebook abbia dedicato alle sue donne, non mi interessano i nomignoli cretini che poi giustamente ci si vergogna a ripetere, però mi interessa com’è che qualcuno diverso da me si innamori, com’è che ami, cosa sia o sia stato per lui  l’amore.
Questo sì mi interessa.
Mi interessa come mi interessano le cose che entusiasmano le persone che ho intorno, dalla scultura alla storia della matematica, mi interessa ciò che chi amo definise bello.
Amore e bellezza per me sono due concetti simili.
Se per bellezza si intende un vettore.
Hai davanti un luogo, un monumento, un paio d’occhi e capisci, e senti che non sono un luogo, un monumento o due occhi, sono una manifestazione di una casualità infinita che ti spiazza, sono una domanda, una domanda di fronte alla quale l’unica risposta possibile è sì.

Poi c’è Megan Fox.
Ma questo è un altro discorso.

Però alla fine è questo che voglio per me, nella vita e nell’amore.
E’ questo il senso di condivisione della vita, è questa la “scintilla”, la base, i lepidotteri nell’apparato digerente. E’ sentire bello qualcuno e desiderare di essere altrettanto bella per.
Bello secondo caratteristiche casuali che corrispondono ai propri personali canoni.
E’ tutti lì, racchiuso in quei momenti nei quali si ha l’impressione che tutto si trovi al posto giusto, nel giusto momento, quella sensazione che ti dice che tutto va bene, tutto è come deve essere e non importa chi abbia deciso come debba essere, semplicemente i fatti corrispondono alla realtà che il tuo io desidera. (avevo scritto cuore ma m’è venuto un conato quindi ho messo “io”)

Alla fine è complesso e semplicissimo.
Elementare Watson. Elementare.

Un gioco.
Un gioco tra immaginazione e intelletto.
Un gioco libero.
Un gioco per caso.
Un gioco ordinato da regole autogenerate.
La scoperta riscoperta della natura, della propria natura.
Il riconoscersi in qualcosa al di fuori di noi che è così simile e presente anche dentro di noi.
E scoprirne il senso di verità, di bene, di bello.
Una scoperta che mette in gioco le persone per ciò che sono.

Sragiono forse, un mix tra enfasi intellettuale e assenza di cibo definibile tale (sì roba da canoni di bellezza imposti dalla società che blàblà il male del mondo blàblà JillCooper eccetera)

Insomma un gioco.

Buffo come la parola “gioco” stia in un’espressione quale “mettersi in gioco”, un gioco uno lo scambia sempre per uno scherzo ma mettersi in gioco significa starci dentro sul serio.
E forse è proprio questo il senso, cogli la bellezza vera quando ritrovi il ritmo del mondo, quando ritrovi il senso infantile dell’esistenza.
Tutto è un gioco quindi.
Un bellissimo, un serissimo gioco.
Un gioco serio come seri sono i giochi dei bimbi che passano i pomeriggi giocando al “facciamo finta che siamo”, la realtà immaginata, nella più totale libertà, si ritrova nel mondo reale ed è perfetta.
Alla fine i bimbi hanno sempre tutte le risposte in tasca, insieme alle figurine e le palline che rimbalzano.

“Per me sei la più bella del mondo”

Me lo disse il mio piccolo cuginetto in un giorno triste mentre gli facevo da babysitter.
Ha funzionato meglio delle rose.

Nero.
Titoli di coda.

Dopo abbiamo giocato coi gormiti, ho vinto io, lui si è arrabbiato e me li ha tirati dietro, ma non era d’effetto finire il post con questa parte della storia, ho tagliato prima.

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