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Quattro, bianco e nero, verticale

by gud, novembre 24, 2014

Nella matrioska esistenziale, mi torvo spesso a cercare metafore del corso della vita nel corso del vivere.
Oggi mi sono fermata nel luogo fisico in cui il mio, non fisico, cuore si è spezzato.
No, non è corretto.
Non si è spezzato lì in quel luogo, il mio non fisico cuore. Lì è solo stato l’istante che mi ha permesso di scoprirlo fragile.
Ho accarezzato la non fisicità di quel fisico luogo come si fa coi gatti di strada, sicura e cauta, spaventata e certa.
Ed eccolo, il vecchio dolore, seduto sul panchetto imbottito, con lo sguardo ammezzato e lo sghembo sorriso di un amico passato, frequentato a lungo e poi perso nell’album che anni dopo chiami “Amarcord”.
Entro, mi siedo, infilo due euro ed in cambio dell’immersione in quell’istante già stato ho quattro istantanee su fondo scurissimo.
Respiro.
Esco.
Ci vogliono quattro minuti.
Guardo la bocchetta dell’aria e capisco che l’infinito entra tutto e sta largo in quei quattro minuti.
Sarà emblematica questa striscia. Il tempo è passato ed io sono qui con le scelte che ho fatto e sono felice.
Penso.
È vero, di sbagli ne ho compiuti ancora, ma, come dire, migliori, diversi.
Penso.
E sono ad un punto nuovo, di un inizio nuovo. Sono in pari con scuse e pretese, ho fatto pace con cosa voglio e non ho paura.
Mi lascio tempo.
Di minuti ne passano otto e dalla bocchetta si intuisce il concetto di cosmico vuoto.
Emblematico.
Una domanda esistenziale di valenza tale da necessitare l’immortalamento e la risposta dell’universo nella bocchetta priva di contenuto.
Ma veramente? 
Guardo il cielo tra i neon.
Faccio per andare e la striscia scende.

A volte passo in dei luoghi non fisici che mi fanno pensare che vorrei stare altrove, nello stesso altrove in cui sta il destino quando credi di averne bisogno.

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