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Perla

by gud, agosto 1, 2016

Passo la vita a scrivere mappe che nemmeno io so dove portino, eppure il fuoco che mi arde sotto la pelle non mi permette che di cercare.

Corre l’anno 1995 e se le mie aspirazioni già si levano altissime, la mia statura quasi non tocca il metro.
Indosso un delizioso abitino vaporoso, azzurro nei toni, affiancato all’intramontabile e orribile classico sandalino giglio, che con quei due buchini mi dà sempre l’impressione di aver infilato i piedi in una talpa blu ed ho i calzini col bordo di pizzo e sono convita che si chiami pizzo perché pizzica, ovviamente.

È caldo, caldo abbastanza da potermi togliere il cardigan senza destare eccessive preoccupazioni in mia madre, che comunque al momento è molto impegnata. È impegnata perché è a lavoro, ma stasera è una serata particolare, quindi mi ha portata con sé. C’è un evento condotto dalla sua radio, quindi da lei, che se ne sta su questo alto palco a ridere e parlare di cose che non è che mi interessino tanto, l’unica cosa che mi interessa è il tempo, quanto tempo dovrà passare prima che la mia bellissima mamma torni ad essere solo mia e non di tutte queste altissime persone.
Forse il tempo delle mattine a scuola? Spero di no. Magari il tempo che passo con Benedetta? Che andrebbe benissimo, anche se vorrei che il tempo con Benedetta fosse di più. Non lo so ma per adesso posso aspettare.

Nemmeno il tempo di pensarlo che ricomincia quel momento terribile. Queste casse enormi fanno un rumore tremendo, fortissimo, così forte che sento i tamburi fino a dentro la pancia e la musica che viene fuori non mi piace, mi fa sentire profondamente a disagio e non riesco a capire cosa dice, cioè un signore si dispera perché vuole che qualcuno gli dica l’averità, che immagino sia una questione che per noi tetti bassi è off limits.

 

Corre l’anno 2016 e le mie aspettative sono delle gru di cristallo mentre io sono un elefante mangiato da un serpente malgrado i miei centosettantasette centimetri per poco più di sessanta chili. Comunque troppi.
I vestiti che porto non hanno molta importanza, mi piacciono aderenti e neri ma mi sento meglio quando non ne indosso.
È caldo ma non abbastanza da farmi desiderare di essere altrove e questo, se ci faccio caso mi desta qualche preoccupazione, somiglia alla gola secca di certe mattine che si trasforma nel tempo di uno starnunto, in tonsillite.
Un costante assolo di bonghi africani mi percuote lo stomaco, c’è chi lo chiama disagio, chi angoscia, chi stress.
Io tengo il ritmo coi fianchi mentre mi sposto.
Cerco di prestare attenzione a dove cammino, per non caplestare i fiori che sono delicati e cerco di stare attenta alla pressione del tocco, per non calpestare sentimenti che sono come i fiori.
A volte mi fermo tra i miei tamburi e vorrei che l’attenzione che ho prestato mi venisse resa ma il mondo delle percezioni non segue questo ritmo scontato di botta e risposta, oggi ti capitano persone che riscontrano domande che neppure avevi voglia di farti e domani ti suona alla porta qualcuno per chiederti giusto – Chi sei –

Ti viene da credere che le cose importanti le impari da te, nelle prime mattine e le metti al sicuro così tanto bene che poi ti dimentichi il nascondiglio e vivere allora è una caccia al tesoro e gli indizi più veri li ritrovi già scritti nell’increspatura di un tenero ieri.
Dimmi l’averità che se ti piacciono i giochi di parole in un attimo è ave rita che se sei un classicista è un saluto accogliente e disteso ad una piccola perla.

Il tesoro.

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