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by gud, agosto 15, 2016

Ricordi ancora quando la pelle era carta bianca?

Poco.

Già da bambino, per cogliere more, tornavo a casa rigato di spine.

Mia nonna sorrideva scuotendo la testa, mi prendeva in braccio e con pazienza disinfettava le mie ferite di guerra. Quanto frizzava.

Facevo gli occhi lucidi ma non piangevo, speravo che quello strazio finisse in fretta ma quel dolore, per quanto fortissimo, non mi ha mai impedito di ributtarmi, ogni volta, negli stessi cespugli.

“Non sentirai mai lo stesso male dove c’è una ferita rimarginata”
diceva mia nonna.

E questa frase è un tesoro che porto nel cuore.

Ma non mi ha detto tutto, mia nonna.

È più difficile tagliarsi dove si ha una cicatrice tanto quanto, nello stesso punto, percepire una carezza.

Così ti schianti con la vita, ti spacchi le ossa, ti bruci lo stomaco, ti squarci il cuore e ti ingessi, ti ricuci, torni dal fronte con una stella di bronzo marchiata a fuoco e una stampella un po’ storta.

Metti su il bollitore, ti affossi in poltrona e per un istante, ti fermi.

Sei vivo.

Sopravvissuto.

Ripensi alle more e già sai che ogni cicatrice sarà una storia da raccontare, un difetto da spiegare, un punto di forza, una scorza più dura, la prova di pazienza di qualcun altro.

Il bollitore fischia.

Te l’ho mai detto che gli occhi di mio padre sono verdi e marroni, come i cespugli?

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