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Porto d’aria

by gud, agosto 24, 2016

Meno male che questa doveva essere la fine di un capitolo sconnesso e disadattato da cui far sbocciare una nuova e pulita esistenza. In tutto questo la parola chiave è sbocciare ma nel senso di Cristal.

Il problema sorge sempre con quel prima timido e poi accecante tentativo di riempire quel vuoto preciso con non così precisi svaghi, drink, uomini e nel tempo di uno shot, ritrovarsi al Piazzale ad osservare il tramonto della ragione e poi a ballare in un locale volgare fino all’alba, sotto un’altra copia del David in un abbraccio insipido. In bocca solo il sapore amaro dell’acqua tonica amica del gin, nella sbavatura degl’occhi il dissapore per le storie della vita con lo stesso retrogusto.

Detesto gli aeroporti.
Questi grossi porti di cemento da cui parti a bordo di piccoli o grossi pullman volanti che varano i cieli azzurri più di rassegnazione che di speranza. Chissà perché non si chiamano aereoporti…
Non ringrazio mai mia madre ma all’inizio del suo giorno, coincidente con la mancata conclusione del mio, quando prima di lasciarmi scendere dall’auto mi ha fatto dono, insieme alle mille raccomandazioni, dei suoi grandi, enormi ed assolutamente coprenti occhiali da sole non graduati, l’ho amata veramente molto.

Uno scalo.
Un’ora e quarantacinque di volo.
Un’altra attesa.

Sono brava a correre. Non credevo di essere una ragazza capace di compiere imprese sportive di nessuna sorta ma sono costretta ad ammettere che un’allenamento durato una vita a scappare da me stessa ha portato ai suoi tonici, a tratti tonicissimi frutti. Poi sono sempre in ritardo, con gli amici, coi taxi, coi treni, con gli aerei, con le occasioni… ho le running fluorescenti che ora e grippano sul pavimento lucido dello Charles de Gaulle e ora su quello appiccicoso e sconnesso dell’impiantito dei sottopassaggi della vita. Ultima chiamata per l’ AF022. Allungo il passo. Non ho ancora dormito.
In fila di fronte a me ci sono, ok almeno cinque persone, non lo so dire con voce certa perché questi occhiali sono perfetti per coprire i miei sensi di colpa ma non adatti al difetto di uno degli altri sensi.
Imbarcarsi è un battesimo nel realismo, come imbocchi l’ultimo corridoio, l’ultima navetta, l’ultimo percorso, l’ultimo scalino ci sei. Chissà perché non si dice inaerearsi…

Terminal 2F
Porta F27
Posto 02D

Esistono persone che ti fanno sentire tutto lo spettro possibile di emozioni ed altre che ti fanno sentire uno spettro, fatto solo da reazioni. Esistono però anche persone che sono un perfetto sinolo di questa biforcazione. Nessuna scialuppa che ti salvi, corsa che ti stacchi o champagne che riesca a distrarti.
Non dormo da ieri perché ti ho sentito. Non a telefono, non in chat, non via mail, non su Skype.
Dentro.
Che poi è diventato sotto la pelle, negl’occhi e in tutti i posti che posso e non voglio dire. Non posso scegliere se ci sei tu e non posso scegliere che tu ci sia.
Diventare una risposta incerta ad una domanda che nessuno ha pronunciato non mi piace.
Ho finito per fingere di decidere di andarmene, ho finto di volerlo fare per me.
Appoggio i pensieri sul finestrino, stendo le gambe insieme alle paure e chiudo gli occhi incurante dei convenevoli coi vicini di fuga.
Al posto del passaporto dovrebbero farti un’esame prima di partire, per capire se lo stai facendo per il motivo giusto.
Chissà perché non lo fanno…

Posto 02D, quasi 03
Uno spigolo vivo
7h dopo

– Oddio mi scusi, poteva svegliarmi, mi dispiace così tanto.

– Da quando mi dai del lei?

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